Mi svegliai presto, quella mattina. Non che solitamente mi alzassi tardi in quel periodo, visto che era appena cominciato l’anno scolastico. Il mio ultimo anno scolastico.
Già. Dopo 13 anni di elementari, medie e superiori, stavo finalmente per arrivare al traguardo. Sempre che ci fossi arrivato, a questo traguardo. Erano ormai 2 settimane che ogni mattina mi alzavo e andavo in quello squallido edificio che è la mia scuola, ma era come se fossi ancora in vacanza.
La sera tiravo tardi, uscivo sempre e bevevo sempre. I miei non mi dicevano niente, e questo, se da una parte mi faceva piacere, dall’altra mi faceva davvero incazzare. Mi sentivo abbandonato a me stesso, come se, per loro, fossi una sorta di cane. Anzi, forse meno di un cane:nessuno mi portava mai fuori a fare i bisogni o a cercare una femmina scodinzolante. Per i miei ero una sorta di ospite, diciamo. Ad ogni modo, quell’anno della scuola non me ne fregava proprio un cazzo. Eppure, mi dicevano tutti, “ormai sei a fine, fai l’ultimo sforzo e basta”. Ma io non ci sentivo, e ormai avevo deciso: quell’anno avrei sollazzato. Inoltre, dentro di me sentivo qualcosa di strano, una sorta di nervosismo persistente ed irrefrenabile, che si traduceva spesso in odio per chi mi circondava. Se qualcuno, per strada, in classe, in autobus o da qualunque altra parte mi rivolgeva parola trascinandomi in conversazioni banali e ripetitive, io desideravo la sua morte, e non è un modo di dire. Immaginavo esattamente tutta la scena:la mia entrata in azione vestito come un samurai, lo sguainamento della spada e la flagellazione del nemico. Queste fantasie riuscivano a placare il mio sentimento di odio verso l’insulso interlocutore di turno, anche grazie al fatto che, mentre le costruivo, riuscivo a non captare la minima parola del suo inutile discorso. Chiunque riusciva a darmi sui nervi:i miei amici, i miei genitori, le ragazze con cui uscivo, quelle con cui non uscivo, i professori, i bidelli, i baristi. Il mondo mi dava sui nervi. La vita mi dava sui nervi.Comunque sia, quella mattina, una volta uscito di casa, mi diressi alla fermata dell’autobus, dove avrei presumibilmente incontrato il primo squallido esserucolo della mia fottuta giornata. Ovviamente, fu così: seduto ad aspettare il sempre gremito mezzo pubblico c’era quell’idiota di Alessio Bianchetti, con il quale condividevo la breve attesa dell’autobus da circa 5 anni. Era veramente un pessimo esemplare di essere umano, il Bianchetti: era basso, aveva capelli lunghi e perennemente sporchissimi e la sua faccia era una collezione di vulcani gialli e rossi pronti ad esplodere da un momento all’altro.
Come se non bastasse, il “ragazzo” in questione aveva sempre, e sottolineo sempre, le unghie lunghe. Io ODIO i maschi con le unghie lunghe. Per me sono sinonimo di sporcizia, di assenza totale di igiene, oltre che orribili alla vista. Il piccolo mostro mi salutò col solito grugnito, e fortunatamente il nostro numero 12 arrivò subito. Salimmo, ed Alessio mi si appiccicò subito dietro. Emanava un odore fastidioso, un misto fra naftalina e scurreggie. Iniziò subito a parlarmi, come da copione. Sì, perché Alessio Bianchetti era uno di quei tipi logorroici che se non li fermi subito, quando sono appena all’inizio dei loro logoranti discorsi, non te li togli più di dosso per almeno 2 ore buone. Nei suoi comizi, spaziava fra vari temi, come la politica, lo sport, la religione e la cronaca, trattandoli tutti con superficialità, presunzione e, soprattutto, un’ignoranza cressa, degna dell’uomo di Neanderthal (quale probabilmente era). Ecco, questo era uno di quei momenti in cui le mie fantasie omicide prendevano il largo:quella volta non fermai subito, come facevo solitamente, il fiume di parole che il Bianchetti faceva sgorgare dalla sua lurida bocca, ma lo feci partire in quarta e poi mi lasciai abbandonare ai miei macabri pensieri. Mi immaginai con indosso un’armatura da cavaliere medievale, munito di spada e di destriero, mentre sfidavo a duello il mio insulso dirimpettaio, mutilandolo senza pietà fino a decapitarlo con una mossa d’autore. Ah, mi sentivo già meglio.Tornato nel mondo reale, realizzai che la mia fantasia era stata ancor più funzionale del solito, in quanto era durata per tutto il viaggio:l’autobus si era appena fermato i gli altri ragazzi che lo affollavano stavano scendendo e incamminandosi verso la scuola. Approfittai allora della confusione per scrollarmi di dosso Bianchetti, al quale assestai una gomitata nello stomaco mentre stavamo uscendo dal mezzo. Così, per rendere un po’ più reale la mia fantasia. Mi diressi allora verso la scuola, che distava circa 100 metri dalla fermata. Arrivato davanti al portone, realizzai di non avere la cartella. Un vero idiota. Beh, poco male, mi dissi. Tanto, anche se l’avessi avuta, non l’avrei praticamente aperta, se non per ficcarci dentro la testa di qualche scassa palle. Entrai dunque nel mio istituto, camminando leggero e libero da zavorre. Ero quasi di buon umore.
Lo sarei stato ancora per poco.