Romanzo Boh: capitolo II

Quel giorno la mia classe faceva più schifo del solito. Sì, perché proprio quella mattina sarebbero iniziati i lavori per il re-imbiancamento delle pareti, logorate da anni di pallonate, buchi e bruciature dovute probabilmente a qualche gonzo che si era divertito a fare il falò incendiando il bianchetto.

Ovviamente, io di questi lavori non sapevo niente. Credo che nei giorni precedenti l’avessero detto una miriade di volte, ma probabilmente ero troppo impegnato a fare i disegnini sul banco per accorgermene. Io amo disegnare sul banco, mi appaga. In quel periodo, poi, mi soddisfaceva ancor più: realizzavo, oltre alle consuete porno caricature dei professori, anche deliziosi quadretti raffiguranti le mie fantasie più macabre, con protagonista, solitamente, il Bianchetti, che era sempre al centro dei miei pensieri omicidi.

Entrato in classe, provai un reale sdegno alla vista di tutti i miei compagni in tenuta da piccolo imbianchino, che si muovevano per la classe operosi. Sembrava che a loro importasse davvero qualcosa di ridipingere quell’aula marcia, e magari non pensavano nemmeno al fatto che tempo due anni e sarebbe ritornata come prima, o peggio, se possibile.

I miei laboriosi compagni, appena mi videro, mi rivolsero occhiate colme di disprezzo. Vedendomi sprovvisto della tenuta da piccolo imbianchino, capirono che mi ero dimenticato del grande appuntamento, per il quale loro stavano facendo il conto alla rovescia da almeno una decina di giorni. Me li immaginavo, lì a godere per un giorno di vacanze (anche se a me sembravano più lavori forzati), mentre guardavano un po’ di merda in tv liberi dal pensiero dei compiti. A me, se non si fosse ancora capito, di quei lavori non importava proprio un accidente. Preferivo di gran lunga l’aula nello stato in cui si trovava, con quell’aria vissuta e consumata. Inoltre, avrei dovuto dire addio alle preziose scritte sui muri, che catturavano la mia attenzione durante i miei viaggetti mentali quotidiani. La decisione, però, era ormai stata presa e, volente o nolente, dovevo accettare di vedere la classe ridipinta di un orribile arancione.

Colore, questo, che, da quanto avevo sentito dire, stimola il nervosismo. Proprio ciò che più mi serviva: sembrava che il mondo stesse incentivando l’inizio della mia carriera di serial killer. La mia reazione al disdegno manifestato nei miei confronti fu di fuggire da quel posto. Mentre mi stavo incamminando verso le scale, però, venni intercettato e  fermato dalla professoressa che si occupava del’organizzazione, la signorina (benché ormai 55enne) Lucia Cammarata. Questa era indubbiamente la persona più squallida che si potesse incontrare nella mia scuola: insegnante di matematica da 30 anni, aveva come unico sbocco sociale le mattinate passate a tormentare dei ragazzi in quell’odioso edificio.

La Cammarata rappresentava il perfetto stereotipo della prof. di Matematica:alta poco più della cattedra, i suoi capelli erano radi e tinti di un rosso sbiadito, mentre la sua faccia aveva evidentemente  perso la lotta con la forza di gravità già da qualche anno. Ciononostante , passava ore a truccarsi, anche nel bel mezzo della lezione: abusava soprattutto del rossetto, che si spiaccicava a caso sulle sue labbra strette ed appena accennate. La signorina Lucia condiva il tutto con un’acidità d’animo e un’ignoranza che, prima di conoscerla, pensavo potessero difficilmente essere di questo mondo. La frustrazione per una vita passata in quel modo l’aveva resa una pessima insegnante, oltre che una sorta di strega dalla quale tutti si tenevano a debita distanza. Le sue performance in classe erano riprovevoli:oltre alla già citata passata di rossetto, la Cammarata si esibiva anche nella “fuga dei piedi dalle scarpe”, con la quale mostrava agli alunni le sue unghie dei piedi completamente distrutte, aguzze e sporche, e nella “colata del trucco”, quando il clima in aula si faceva rovente e il suo discutibile make up cominciava a grondarle da ogni zona del viso. Davvero una bella donna, non c’è che dire.

Da qualche anno, a scuola girava la voce che fosse vergine. Cosa che non mi avrebbe affatto stupito, in quanto avevo sempre pensato che da giovane non fosse stata molto più appetibile. Ciò che era certo è che era zitella e che l’unica compagnia maschile della quale si poteva avvalere era il malcapitato gatto che girava per casa sua.

Ma torniamo a quella mattina:Mariangela (come era stata soprannominata in onore della figlia di Fantozzi, della quale era una versione over 50) mi bloccò proprio mentre stavo decidendo cosa fare della mia mattinata, vista la mia auto-sospensione dai lavori di restauro della classe. Mi propinò uno di quei discorsi che in vita mia avevo già sentito milioni di volte, di quelli del tipo “sei un indisponente, non lavori, non ti impegni, non te ne frega niente”, ossia uno di quelli che permettevano alla mia mente di ideare nuove cruente storie. Quella volta, immaginai di bruciare la Cammarata, approfittando di un suo momento di disattenzione nel bel mezzo della preparazione di un diabolico intruglio e gettandola con precisione all’interno del suo pentolone.Finito il mio macabro clip, la prof stava ancora parlando:questa era l’unica in grado di sconfiggermi, costringendomi, in un modo o nell’altro, ad ascoltarla. Le parole che riuscii a comprendere furono “e ora vai di là e lavora, sfaticato”. Così, fui costretto a rimanere a scuola tutta la mattina. Anche se, come prevedibile, dei lavori non mi interessai minimamente.  Passai dunque quasi tutte le 6 ore a duellare col bidello a sudoku, facendo solo qualche pausa di tanto in tanto per osservare i miei compagni al lavoro e studiare qualche metodo per boicottarli, magari anche in orario extrascolatisco.

Terminata la giornata scolastica, andai alla fermata dell’autobus, dove, immancabile, mi attendeva il Bianchetti, carico di nuove orribili storie da propormi. Cercai di evitarlo, gettandomi nel marasma di persone che attendevano l’arrivo del mezzo, ma non ci fu verso. Senza che nemmeno me ne accorgessi, me lo ritrovai accanto che mi parlava delle sue idee per tinteggiare meglio le pareti (evidentemente era periodo di imbiancature) e dei suggerimenti che avrebbe per il capo del governo per rendere migliore il servizio di trasporti pubblici. Che idiota. In quel terribile tragitto, non riuscii nemmeno a dar sfogo a una delle mie avventure virtuali:ero troppo nervoso per immaginare, volevo agire. Per un attimo pensai di tirargli un pugno sul naso, con tutta la rabbia che avevo in corpo, ma mi trattenni. Per far star zitto Bianchetti, ci voleva una cannonata nello stomaco, ed io, per il momento, ero sprovvisto di un cannone.

In ogni caso, non sono mai stato un violento, o, perlomeno, mai nella vita reale. Fino a quel momento, avevo sfogato tutti i miei rancori nell’immaginazione, anche se stavo cominciando a sentire che non mi bastava più, che avevo bisogno di tirar fuori ciò che avevo dentro. Mi sarei potuto costruire un paio di pupazzi raffiguranti Alessio e la Cammarata, per potermici sfogare contro e magari fargli anche qualche voodoo, ogni tanto. Era un’idea.

Per il momento, urlai al mio fastidioso compare di lasciarmi in pace e cambiai posto sull’autobus, andando il più lontano possibile da lui. Funzionò:mi calmai quasi subito, ed arrivai tranquillamente alla mia fermata. Sceso dall’autobus, mi avviai verso casa.

Un luogo che, ultimamente, non era molto meglio della scuola.

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