Una sigaretta.
Posso concedermela, pensò.
Le fiamme lambirono la sua Davidoff, facendola ardere. Un sospiro, e poi giù nei polmoni.
Notte fonda, ormai. Dal quel terrazzo, Travis poteva godere di una discreta panoramica della sua città. Sua, per modo di dire. Sentiva di non avere nessun tipo di legame con quel posto.
Fra le strade, penetrava il silenzio. Nessun cenno di vita, nessun leggero movimento, eccetto per i lamenti di qualche pennuto.
L’atmosfera ideale.
Inspirò nuovamente. Un piacere caldo e fresco insieme gli rimbalzava dentro ai polmoni, rilassandolo;ormai era pronto.
Placò l’ardere della sua piccola amica premendola contro il vetro del suo portacenere, prese le chiavi della moto, ed uscì.
Aveva immaginato milioni di volte quella serata:si può dire che la preparava da una vita. Un brivido di eccitazione lo pervase, mentre pensava a ciò che stava per fare.
Quante giornate passate a fantasticare su quel giorno, mentre era apparentemente assorto nel suo lavoro. Quante volte si era chiesto se avrebbe mai davvero trovato il coraggio di fare quel passo, quel passo che lo avrebbe reso di nuovo libero. Il telefono, che squillava di continuo, poteva distrarlo solo provvisoriamente. Gli impegni, i viaggi e i traguardi raggiunti non riuscivano a fare di più.
Spesso si soffermava a pensare a ciò che stava facendo, e al perchè lo stesse facendo:vale davvero la pena di dedicare la propria vita ad incrementare il proprio portafogli, mangiare in un ristorante di lusso e scoparsi qualche fighetta che nel tuo letto non cerca esattamente la passione?
No, era la risposta alla quale era giunto.
Il piccolo segmento di metallo perforò la sua incavatura corrispondente. Un rapido giro verso destra, giù la frizione e dentro la prima. Travis partì, e subito il vento iniziò a coccolare i suoi lunghi capelli castani, dandogli quella sensazione che tanto gli piaceva.
Proprio per questo odiava il casco. Gli impediva di vivere a pieno quei momenti. Quella sera, non se lo era neanche portato dietro.
Percorsi pochi metri, si girò indietro, e notò del fumo uscire dal piano superiore della sua villa. Sorrise di gusto, e diede gas.
Lo stava facendo, lo stava facendo davvero. Era l’emozione più forte che avesse mai provato, più forte di qualsiasi donna, più forte di qualsiasi droga. Era il sapore della libertà.
Ma per completare il suo personalissimo mosaico, aveva bisogno di un altro paio di tasselli.
In breve tempo, si ritrovò davanti al grattacielo che ospitava il suo ufficio. Il posto dove, da ormai dieci anni a questa parte, entrava quando la città dormiva e usciva quando questa stava per andare a coricarsi. La sua seconda gabbia.
Come si aspettava, non c’era nessuno, a parte il portiere in stato di dormiveglia che lo salutò appena.
Travis entrò, andò verso l’ascensore e ci salì sopra. E’ l’ultima volta, pensò. Schiacciò l’undicesimo tasto, ed attese.
Arrivato a destinazione, guardò la porta del suo ufficio. Una forte sensazione di rabbia lo stava pervadendo.
Entrò, accese l’interruttore principale, e si diresse verso il suo pc. Ultrapiatto, ultramoderno, ultratutto. Afferrò con forza la torre, la aprì, tirò fuori l’hard disk e lo infilò nello zainetto.
A te penserò dopo.
Spense le luci, chiuse la porta, e ritornò dentro all’ascensore, del quale schiacciò il pulsante in corrispondenza del numero zero.
Uscì rapidamente dal grosso palazzo, e rimontò in sella all’amata moto. Ormai, mancava solo un ultimo tassello.
L’abitazione di Thomas, l’amico di sempre, distava giusto pochi isolati, che Travis percorse a gran velocità.
Si fermò in prossimità della cassetta delle lettere, prese lo zainetto e vi estrasse una busta, totalmente bianca, ed una cartolina di Panama.
Si, Panama. Il paese sul quale lui e Thomas fantasticavano fin da ragazzi, il posto in cui dicevano sempre di voler andare ad abitare.
Prese la penna, e ne premette la punta contro il retro della turistica immagine, tracciando, con la sua mano mancina, la parola “Santiago”.
Fatto questo, inserì la bella foto nella busta, e la imbucò.
Ora posso andare.
Guardò l’ora. Non mancava molto:la sua nave stava per salpare, e non poteva certo farlo senza di lui.
E non lo fece:Travis arrivò per tempo nella grande stazione portuale. Presentò biglietto e documento, caricò la moto, e salì sulla grossa imbarcazione.
Una volta a bordo, guardò divertito il suo nuovo documento d’identità.
“Santiago Munoz”.
Quante avventure avevano fatto vivere, lui e Thomas, a quel Santiago Munoz. “Sarà il protagonista del nostro romanzo”, dicevano sempre.
La nave salpò, e Travis sentì, finalmente, di avercela fatta.
Non si era ancora chiesto cosa avrebbe fatto, o a chi si sarebbe rivolto;l’unica cosa che gli interessava, era andarsene. Per vivere finalmente senza prigioni o impedimenti, per riniziare da zero.
Provò una sensazione intensa, indescrivibile, unica;la libertà.
Quando la barca ebbe preso abbastanza il largo, Travis prese l’hard disk e lo lasciò cadere nel vuoto, in mezzo all’oceano.
Guardò in basso, e vide, in quel tratto di mare illuminato dalle luci di posizione, i cerchi formarsi sull’acqua in seguito all’impatto. Si gustò la scena, soddisfatto.
Tirò fuori il suo pacchetto di sigarette, e vi guardò dentro:ce n’era rimasta solo una, la più buona.
Mettendola in bocca, alzò lo sguardo, ed osservò lo spettacolo notturno che la città offriva. Lo trovò suggestivo, anche un po’ malinconico:da sempre, era attratto da come le città si mostrano di notte.
“L’ho fatto, davvero”. Le fiamme lambirono la sua Davidoff, facendola ardere. Un sospiro, e poi giù nei polmoni.
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