Un sospiro, e poi giù nei polmoni

Dicembre 28, 2007

Una sigaretta.
Posso concedermela, pensò.
Le fiamme lambirono la sua Davidoff, facendola ardere. Un sospiro, e poi giù nei polmoni.
Notte fonda, ormai. Dal quel terrazzo, Travis poteva godere di una discreta panoramica della sua città. Sua, per modo di dire. Sentiva di non avere nessun tipo di legame con quel posto.
Fra le strade, penetrava il silenzio. Nessun cenno di vita, nessun leggero movimento, eccetto per i lamenti di qualche pennuto.
L’atmosfera ideale.
Inspirò nuovamente. Un piacere caldo e fresco insieme gli rimbalzava dentro ai polmoni, rilassandolo;ormai era pronto.
Placò l’ardere della sua piccola amica premendola contro il vetro del suo portacenere, prese le chiavi della moto, ed uscì.
Aveva immaginato milioni di volte quella serata:si può dire che la preparava da una vita. Un brivido di eccitazione lo pervase, mentre pensava a ciò che stava per fare.
Quante giornate passate a fantasticare su quel giorno, mentre era apparentemente assorto nel suo lavoro. Quante volte si era chiesto se avrebbe mai davvero trovato il coraggio di fare quel passo, quel passo che lo avrebbe reso di nuovo libero. Il telefono, che squillava di continuo, poteva distrarlo solo provvisoriamente. Gli impegni, i viaggi e i traguardi raggiunti non riuscivano a fare di più.
Spesso si soffermava a pensare a ciò che stava facendo, e al perchè lo stesse facendo:vale davvero la pena di dedicare la propria vita ad incrementare il proprio portafogli, mangiare in un ristorante di lusso e scoparsi qualche fighetta che nel tuo letto non cerca esattamente la passione?
No, era la risposta alla quale era giunto.
Il piccolo segmento di metallo perforò la sua incavatura corrispondente. Un rapido giro verso destra, giù la frizione e dentro la prima. Travis partì, e subito il vento iniziò a coccolare i suoi lunghi capelli castani, dandogli quella sensazione che tanto gli piaceva.
Proprio per questo odiava il casco. Gli impediva di vivere a pieno quei momenti. Quella sera, non se lo era neanche portato dietro.
Percorsi pochi metri, si girò indietro, e notò del fumo uscire dal piano superiore della sua villa. Sorrise di gusto, e diede gas.
Lo stava facendo, lo stava facendo davvero. Era l’emozione più forte che avesse mai provato, più forte di qualsiasi donna, più forte di qualsiasi droga. Era il sapore della libertà.
Ma per completare il suo personalissimo mosaico, aveva bisogno di un altro paio di tasselli.
In breve tempo, si ritrovò davanti al grattacielo che ospitava il suo ufficio. Il posto dove, da ormai dieci anni a questa parte, entrava quando la città dormiva e usciva quando questa stava per andare a coricarsi. La sua seconda gabbia.
Come si aspettava, non c’era nessuno, a parte il portiere in stato di dormiveglia che lo salutò appena.
Travis entrò, andò verso l’ascensore e ci salì sopra. E’ l’ultima volta, pensò. Schiacciò l’undicesimo tasto, ed attese.
Arrivato a destinazione, guardò la porta del suo ufficio. Una forte sensazione di rabbia lo stava pervadendo.
Entrò, accese l’interruttore principale, e si diresse verso il suo pc. Ultrapiatto, ultramoderno, ultratutto. Afferrò con forza la torre, la aprì, tirò fuori l’hard disk e lo infilò nello zainetto.
A te penserò dopo.
Spense le luci, chiuse la porta, e ritornò dentro all’ascensore, del quale schiacciò il pulsante in corrispondenza del numero zero.
Uscì rapidamente dal grosso palazzo, e rimontò in sella all’amata moto. Ormai, mancava solo un ultimo tassello.
L’abitazione di Thomas, l’amico di sempre, distava giusto pochi isolati, che Travis percorse a gran velocità.
Si fermò in prossimità della cassetta delle lettere, prese lo zainetto e vi estrasse una busta, totalmente bianca, ed una cartolina di Panama.
Si, Panama. Il paese sul quale lui e Thomas fantasticavano fin da ragazzi, il posto in cui dicevano sempre di voler andare ad abitare.
Prese la penna, e ne premette la punta contro il retro della turistica immagine, tracciando, con la sua mano mancina, la parola “Santiago”.
Fatto questo, inserì la bella foto nella busta, e la imbucò.
Ora posso andare.
Guardò l’ora. Non mancava molto:la sua nave stava per salpare, e non poteva certo farlo senza di lui.
E non lo fece:Travis arrivò per tempo nella grande stazione portuale. Presentò biglietto e documento, caricò la moto, e salì sulla grossa imbarcazione.
Una volta a bordo, guardò divertito il suo nuovo documento d’identità.
“Santiago Munoz”.
Quante avventure avevano fatto vivere, lui e Thomas, a quel Santiago Munoz. “Sarà il protagonista del nostro romanzo”, dicevano sempre.
La nave salpò, e Travis sentì, finalmente, di avercela fatta.
Non si era ancora chiesto cosa avrebbe fatto, o a chi si sarebbe rivolto;l’unica cosa che gli interessava, era andarsene. Per vivere finalmente senza prigioni o impedimenti, per riniziare da zero.
Provò una sensazione intensa, indescrivibile, unica;la libertà.
Quando la barca ebbe preso abbastanza il largo, Travis prese l’hard disk e lo lasciò cadere nel vuoto, in mezzo all’oceano.
Guardò in basso, e vide, in quel tratto di mare illuminato dalle luci di posizione, i cerchi formarsi sull’acqua in seguito all’impatto. Si gustò la scena, soddisfatto.
Tirò fuori il suo pacchetto di sigarette, e vi guardò dentro:ce n’era rimasta solo una, la più buona.
Mettendola in bocca, alzò lo sguardo, ed osservò lo spettacolo notturno che la città offriva. Lo trovò suggestivo, anche un po’ malinconico:da sempre, era attratto da come le città si mostrano di notte.
“L’ho fatto, davvero”.
Le fiamme lambirono la sua Davidoff, facendola ardere. Un sospiro, e poi giù nei polmoni.


Romanzo Boh: capitolo II

Dicembre 27, 2007

Quel giorno la mia classe faceva più schifo del solito. Sì, perché proprio quella mattina sarebbero iniziati i lavori per il re-imbiancamento delle pareti, logorate da anni di pallonate, buchi e bruciature dovute probabilmente a qualche gonzo che si era divertito a fare il falò incendiando il bianchetto.

Ovviamente, io di questi lavori non sapevo niente. Credo che nei giorni precedenti l’avessero detto una miriade di volte, ma probabilmente ero troppo impegnato a fare i disegnini sul banco per accorgermene. Io amo disegnare sul banco, mi appaga. In quel periodo, poi, mi soddisfaceva ancor più: realizzavo, oltre alle consuete porno caricature dei professori, anche deliziosi quadretti raffiguranti le mie fantasie più macabre, con protagonista, solitamente, il Bianchetti, che era sempre al centro dei miei pensieri omicidi.

Entrato in classe, provai un reale sdegno alla vista di tutti i miei compagni in tenuta da piccolo imbianchino, che si muovevano per la classe operosi. Sembrava che a loro importasse davvero qualcosa di ridipingere quell’aula marcia, e magari non pensavano nemmeno al fatto che tempo due anni e sarebbe ritornata come prima, o peggio, se possibile.

I miei laboriosi compagni, appena mi videro, mi rivolsero occhiate colme di disprezzo. Vedendomi sprovvisto della tenuta da piccolo imbianchino, capirono che mi ero dimenticato del grande appuntamento, per il quale loro stavano facendo il conto alla rovescia da almeno una decina di giorni. Me li immaginavo, lì a godere per un giorno di vacanze (anche se a me sembravano più lavori forzati), mentre guardavano un po’ di merda in tv liberi dal pensiero dei compiti. A me, se non si fosse ancora capito, di quei lavori non importava proprio un accidente. Preferivo di gran lunga l’aula nello stato in cui si trovava, con quell’aria vissuta e consumata. Inoltre, avrei dovuto dire addio alle preziose scritte sui muri, che catturavano la mia attenzione durante i miei viaggetti mentali quotidiani. La decisione, però, era ormai stata presa e, volente o nolente, dovevo accettare di vedere la classe ridipinta di un orribile arancione.

Colore, questo, che, da quanto avevo sentito dire, stimola il nervosismo. Proprio ciò che più mi serviva: sembrava che il mondo stesse incentivando l’inizio della mia carriera di serial killer. La mia reazione al disdegno manifestato nei miei confronti fu di fuggire da quel posto. Mentre mi stavo incamminando verso le scale, però, venni intercettato e  fermato dalla professoressa che si occupava del’organizzazione, la signorina (benché ormai 55enne) Lucia Cammarata. Questa era indubbiamente la persona più squallida che si potesse incontrare nella mia scuola: insegnante di matematica da 30 anni, aveva come unico sbocco sociale le mattinate passate a tormentare dei ragazzi in quell’odioso edificio.

La Cammarata rappresentava il perfetto stereotipo della prof. di Matematica:alta poco più della cattedra, i suoi capelli erano radi e tinti di un rosso sbiadito, mentre la sua faccia aveva evidentemente  perso la lotta con la forza di gravità già da qualche anno. Ciononostante , passava ore a truccarsi, anche nel bel mezzo della lezione: abusava soprattutto del rossetto, che si spiaccicava a caso sulle sue labbra strette ed appena accennate. La signorina Lucia condiva il tutto con un’acidità d’animo e un’ignoranza che, prima di conoscerla, pensavo potessero difficilmente essere di questo mondo. La frustrazione per una vita passata in quel modo l’aveva resa una pessima insegnante, oltre che una sorta di strega dalla quale tutti si tenevano a debita distanza. Le sue performance in classe erano riprovevoli:oltre alla già citata passata di rossetto, la Cammarata si esibiva anche nella “fuga dei piedi dalle scarpe”, con la quale mostrava agli alunni le sue unghie dei piedi completamente distrutte, aguzze e sporche, e nella “colata del trucco”, quando il clima in aula si faceva rovente e il suo discutibile make up cominciava a grondarle da ogni zona del viso. Davvero una bella donna, non c’è che dire.

Da qualche anno, a scuola girava la voce che fosse vergine. Cosa che non mi avrebbe affatto stupito, in quanto avevo sempre pensato che da giovane non fosse stata molto più appetibile. Ciò che era certo è che era zitella e che l’unica compagnia maschile della quale si poteva avvalere era il malcapitato gatto che girava per casa sua.

Ma torniamo a quella mattina:Mariangela (come era stata soprannominata in onore della figlia di Fantozzi, della quale era una versione over 50) mi bloccò proprio mentre stavo decidendo cosa fare della mia mattinata, vista la mia auto-sospensione dai lavori di restauro della classe. Mi propinò uno di quei discorsi che in vita mia avevo già sentito milioni di volte, di quelli del tipo “sei un indisponente, non lavori, non ti impegni, non te ne frega niente”, ossia uno di quelli che permettevano alla mia mente di ideare nuove cruente storie. Quella volta, immaginai di bruciare la Cammarata, approfittando di un suo momento di disattenzione nel bel mezzo della preparazione di un diabolico intruglio e gettandola con precisione all’interno del suo pentolone.Finito il mio macabro clip, la prof stava ancora parlando:questa era l’unica in grado di sconfiggermi, costringendomi, in un modo o nell’altro, ad ascoltarla. Le parole che riuscii a comprendere furono “e ora vai di là e lavora, sfaticato”. Così, fui costretto a rimanere a scuola tutta la mattina. Anche se, come prevedibile, dei lavori non mi interessai minimamente.  Passai dunque quasi tutte le 6 ore a duellare col bidello a sudoku, facendo solo qualche pausa di tanto in tanto per osservare i miei compagni al lavoro e studiare qualche metodo per boicottarli, magari anche in orario extrascolatisco.

Terminata la giornata scolastica, andai alla fermata dell’autobus, dove, immancabile, mi attendeva il Bianchetti, carico di nuove orribili storie da propormi. Cercai di evitarlo, gettandomi nel marasma di persone che attendevano l’arrivo del mezzo, ma non ci fu verso. Senza che nemmeno me ne accorgessi, me lo ritrovai accanto che mi parlava delle sue idee per tinteggiare meglio le pareti (evidentemente era periodo di imbiancature) e dei suggerimenti che avrebbe per il capo del governo per rendere migliore il servizio di trasporti pubblici. Che idiota. In quel terribile tragitto, non riuscii nemmeno a dar sfogo a una delle mie avventure virtuali:ero troppo nervoso per immaginare, volevo agire. Per un attimo pensai di tirargli un pugno sul naso, con tutta la rabbia che avevo in corpo, ma mi trattenni. Per far star zitto Bianchetti, ci voleva una cannonata nello stomaco, ed io, per il momento, ero sprovvisto di un cannone.

In ogni caso, non sono mai stato un violento, o, perlomeno, mai nella vita reale. Fino a quel momento, avevo sfogato tutti i miei rancori nell’immaginazione, anche se stavo cominciando a sentire che non mi bastava più, che avevo bisogno di tirar fuori ciò che avevo dentro. Mi sarei potuto costruire un paio di pupazzi raffiguranti Alessio e la Cammarata, per potermici sfogare contro e magari fargli anche qualche voodoo, ogni tanto. Era un’idea.

Per il momento, urlai al mio fastidioso compare di lasciarmi in pace e cambiai posto sull’autobus, andando il più lontano possibile da lui. Funzionò:mi calmai quasi subito, ed arrivai tranquillamente alla mia fermata. Sceso dall’autobus, mi avviai verso casa.

Un luogo che, ultimamente, non era molto meglio della scuola.


Romanzo Boh: capitolo I

Dicembre 25, 2007

Mi svegliai presto, quella mattina. Non che solitamente mi alzassi tardi in quel periodo, visto che era appena cominciato l’anno scolastico. Il mio ultimo anno scolastico.

Già. Dopo 13 anni di elementari, medie e superiori, stavo finalmente per arrivare al traguardo. Sempre che ci fossi arrivato, a questo traguardo. Erano ormai 2 settimane che ogni mattina mi alzavo e andavo in quello squallido edificio che è la mia scuola, ma era come se fossi ancora in vacanza.
La sera tiravo tardi, uscivo sempre e bevevo sempre. I miei non mi dicevano niente, e questo, se da una parte mi faceva piacere, dall’altra mi faceva davvero incazzare. Mi sentivo abbandonato a me stesso, come se, per loro, fossi una sorta di cane. Anzi, forse meno di un cane:nessuno mi portava mai fuori a fare i bisogni o a cercare una femmina scodinzolante. Per i miei ero una sorta di ospite, diciamo.
Ad ogni modo, quell’anno della scuola non me ne fregava proprio un cazzo. Eppure, mi dicevano tutti, “ormai sei a fine, fai l’ultimo sforzo e basta”. Ma io non ci sentivo, e ormai avevo deciso: quell’anno avrei sollazzato. Inoltre, dentro di me sentivo qualcosa di strano, una sorta di nervosismo persistente ed irrefrenabile, che si traduceva spesso in odio per chi mi circondava. Se qualcuno, per strada, in classe, in autobus o da qualunque altra parte mi rivolgeva parola trascinandomi in conversazioni banali e ripetitive, io desideravo la sua morte, e non è un modo di dire. Immaginavo esattamente tutta la scena:la mia entrata in azione vestito come un samurai, lo sguainamento della spada e la flagellazione del nemico. Queste fantasie riuscivano a placare il mio sentimento di odio verso l’insulso interlocutore di turno, anche grazie al fatto che, mentre le costruivo, riuscivo a non captare la minima parola del suo inutile discorso. Chiunque riusciva a darmi sui nervi:i miei amici, i miei genitori, le ragazze con cui uscivo, quelle con cui non uscivo, i professori, i bidelli, i baristi. Il mondo mi dava sui nervi. La vita mi dava sui nervi.Comunque sia, quella mattina, una volta uscito di casa, mi diressi alla fermata dell’autobus, dove avrei presumibilmente incontrato il primo squallido esserucolo della mia fottuta giornata. Ovviamente, fu così: seduto ad aspettare il sempre gremito mezzo pubblico c’era quell’idiota di Alessio Bianchetti, con il quale condividevo la breve attesa dell’autobus da circa 5 anni. Era veramente un pessimo esemplare di essere umano, il Bianchetti: era basso, aveva capelli lunghi e perennemente sporchissimi e la sua faccia era una collezione di vulcani gialli e rossi pronti ad esplodere da un momento all’altro.

Come se non bastasse, il “ragazzo” in questione aveva sempre, e sottolineo sempre, le unghie lunghe. Io ODIO i maschi con le unghie lunghe. Per me sono sinonimo di sporcizia, di assenza totale di igiene, oltre che orribili alla vista. Il piccolo mostro mi salutò col solito grugnito, e fortunatamente il nostro numero 12 arrivò subito. Salimmo, ed Alessio mi si appiccicò subito dietro. Emanava un odore fastidioso, un misto fra naftalina e scurreggie. Iniziò subito a parlarmi, come da copione. Sì, perché Alessio Bianchetti era uno di quei tipi logorroici che se non li fermi subito, quando sono appena all’inizio dei loro logoranti discorsi, non te li togli più di dosso per almeno 2 ore buone. Nei suoi comizi, spaziava fra vari temi, come la politica, lo sport, la religione e la cronaca, trattandoli tutti con superficialità, presunzione e, soprattutto, un’ignoranza cressa, degna dell’uomo di Neanderthal (quale probabilmente era). Ecco, questo era uno di quei momenti in cui le mie fantasie omicide prendevano il largo:quella volta non fermai subito, come facevo solitamente, il fiume di parole che il Bianchetti faceva sgorgare dalla sua lurida bocca, ma lo feci partire in quarta e poi mi lasciai abbandonare ai miei macabri pensieri. Mi immaginai con indosso un’armatura da cavaliere medievale, munito di spada e di destriero, mentre sfidavo a duello il mio insulso dirimpettaio, mutilandolo senza pietà fino a decapitarlo con una mossa d’autore. Ah, mi sentivo già meglio.Tornato nel mondo reale, realizzai che la mia fantasia era stata ancor più funzionale del solito, in quanto era durata per tutto il viaggio:l’autobus si era appena fermato i gli altri ragazzi che lo affollavano stavano scendendo e incamminandosi verso la scuola. Approfittai allora della confusione per scrollarmi di dosso Bianchetti, al quale assestai una gomitata nello stomaco mentre stavamo uscendo dal mezzo. Così, per rendere un po’ più reale la mia fantasia. Mi diressi allora verso la scuola, che distava circa 100 metri dalla fermata. Arrivato davanti al portone, realizzai di non avere la cartella. Un vero idiota. Beh, poco male, mi dissi. Tanto, anche se l’avessi avuta, non l’avrei praticamente aperta, se non per ficcarci dentro la testa di qualche scassa palle. Entrai dunque nel mio istituto, camminando leggero e libero da zavorre. Ero quasi di buon umore.

Lo sarei stato ancora per poco.